L'antica
Agira, comune di circa novemila abitanti, sorge sul Monte Teja (o Teca),
a 824 metri d'altitudine. La sua vetta ha il suo epicentro in un area
che comprende il fiume Salso Cimarosa, l'antico Kiamosoros, (il quale,
formato dall'unione dei fiumi di Sperlinga, Nicosia e Gagliano, si riverssa
nella diga Pozzillo, per sfociare nel fiume Simeto), le valli del Dittaino
e la parte occidentale della piana di Catania, a 38 chilometri da Enna
e 63 da Catania. E' posta nella parte centro orientale dell'isola e
confina a nord con Gagliano Castelferrato, a sud con Ramacca e Castel
di Judica, ad est con Regalbuto ed ad ovest con Assoro, Nissoria e Nicosia
Le sue origini, tra mitologia (si narra che Ercole abbia ricevuto per
la prima volta onori divini proprio ad Agira) e ricerca storiografica
(recenti studi archeologici hanno portato in luce tracce di insediamenti
umani risalenti al Paleolitico Superiore), si perdono nella preistoria.
Le prime notizie storiche su Agira risalgono al VI secolo a.C. Nel quinto
secolo a.C. doveva già essere potente, se la sua zecca coniava
monete in bronzo. Nel quarto secolo a.C. il tiranno Agyris, sotto il
quale la città contava più di ventimila abitanti, dominava
sulle città e le fortificazioni circostanti. Agira fu potente
alleata di Dioniso nella guerra dei Siracusani contro i Cartaginesi
di Magone.
Diodoro Siculo, a cui la città diede i natali, racconta che Agira
al tempo di Timoleonte era una città ricca, con un teatro, per
grandezza e bellezza secondo soltanto a quello di Siracusa, magnifici
templi e una grande e animata agorà. Doveva certamente essere
una città ricca ancora al tempo dei Romani, se Cicerone nelle
Verrine la inserisce nel novero delle opulente città siciliane,
oggetto dell' insaziabile cupidigia e delle sistematiche ruberie del
governatore Verre.
A partire dall'epoca bizantina la storia di Agira si identifica sempre
più spesso con quella del grande monastero che San Filippo, monacobasilianoproveniente
dalla Siria e oggi veneratissimo protettore della città, vi fondò
tra il VII e l'VIII secolo. Il monastero, che da lui prese il nome,
fu a quell' epoca uno dei centri spirituali, e forse anche culturali,
più importanti della Sicilia e della Calabria. Sotto la spinta
della conquista araba, però, esso perse molto del suo prestigio
e fu quasi abbandonato, fino a quando, nell'XI secolo, non vi si insediarono
i Benedettini.
Sotto i Benedettini il cenobio rinacque a nuovo splendore e a nuova
potenza, tanto che nel 1187, dopo la conquista di Gerusalemme da parte
degli Arabi e la chiusura dell'abbazia di Santa Maria Latina, il ruolo
di preminenza che essa esercitava venne affidato al priorato di San
Filippo, che, elevato al rango di abbazia e messo a capo dei monasteri
siciliani che dipendevano dalla comunità gerosolimitana, ne ereditò
anche il nome prestigioso. Da allora, infatti, il monastero agirino
venne chianiato Abbazia di Santa Maria Latina.
Le alterne vicende di Agira nei secoli che seguirono si intersecano
con le alterne fortune dei popoli che si contesero la Sicilia e ne fecero
terra di conquista e teatro di guerre. I Normanni, che la liberarono
dalla dominazione araba, gli Svevi, al tempo dei quali probabilmente
venne costruito il castello i cui ruderi dominano ancora il panorama
agirino e che concessero alla città il titolo di urbs integra,
gli Angioini, gli Aragonesi, e infine gli Spagnoli, vengono ricordati
per la munificenza di qualche privilegio concesso alla città
o a poche famiglie di notabili, ma anche per l' esosità delle
loro tasse, alle quali ad ogni nuova occupazione puntualmente veniva
assoggettata la popolazione. Agira in quel periodo fu alternativamente
città feudale e città demaniale; nel 1398 fu inserita
nel ristretto gruppo delle città appartenenti alla Camera Reginale,
e addirittura da Carlo V, nel 1537, ma dietro pagamento di un forzoso
donativo di 15.000 fiorini, ottenne il diritto di mero e misto imperio,
cioè il diritto di amministrare la giustizia, e soprattutto la
solenne promessa che non sarebbe stata mai più ridotta allo stato
feudale. Tanto solenne (e cara) promessa non impedì comunque
a Filippo IV, per impinguare il proprio erario, di cederla nel 1625
a tre ricchi mercanti genovesi. La città trovò in qualche
modo le risorse necessarie per affrancarsi dall'umiliante condizione
e riuscì a mettere assieme i 38.000 scudi d'oro necessari al
riscatto. Di fatto, però, l'evento segnò l'inizio di un
lento declino, oltre che economico, anche demografico.
All'epoca dei Borbone la vita della città fu dominata da poche
famiglie definite "le primarie e più invulnerabili",
pronte comunque a schierarsi dalla parte del nuovo padrone, sotto la
spinta dei moti per l'unificazione del Regno d'Italia. Nel 1863 il centro
ebbe l'odierno nome di Agira.
Nei primi decenni di questo secolo la città contava più
di venticinquemila abitanti. L'economia si reggeva sull' agricoltura,
le miniere di zolfo, la lavorazione della creta, arte nella quale i
vasai di Agira erano insuperabili maestri in tutto il circondario, e
su un artigianato molto fiorente.
Oggi, a seguito della crisi dell'agricoltura e dell'artigianato degli
anni cinquanta e della totale chiusura delle miniere e delle botteghe
dei vasai, la popolazione si è ridotta ad appena un terzo.