
L’eccezionale posizione geografica, con l’Etna e lo Ionio che la
contornano, ha contribuito alla storia di una città plurimillenaria fatta
di ombre e di luci splendenti. La crescita di Catania è stata nel bene e nel
male condizionata dal rapporto con il vulcano: usufruendo della fertilità
delle campagne, soggiacendo alle colate, piegando la pietra lavica a materiale per
costruire le case. Il popolo non ha voluto abbandonare la sua terra, convivendo con
il rischio di nuove eruzioni e terremoti; anzi, l’attuale sviluppo
urbano pare voglia abbracciare il vulcano con un affetto fin troppo scomposto,
conurbando i paesi "d’a muntagna" e creando un vasto hinterland
senza soluzione di continuità. Oggi molti fattori possono spingere a
definire il grande agglomerato urbano una città nascosta, come molti sono
gli esempi per dimostrare tale affermazione: chi arriva a Catania dalla
"plaja," la splendida spiaggia sabbiosa meridionale, costeggiando il porto
nascosto da una brutta ringhiera, trova all'ingresso del centro storico un
orribilepalazzo, costruito a fianco della Capitaneria di porto, che costituisce
un rigido diaframma visivo alle splendide architetture barocche retrostanti; il
Teatro romano lo si potrebbe cercare lungamente su via Vittorio Emanuele, senza
successo dal momento che è nascosto da una cortina di palazzi; chi arriva dalla stazione
ferroviaria, invece, cerca corso Sicilia, dove avrebbe dovuto sorgere quella
‘city’ voluta nel 1956 ma lungamente osteggiata perché
ricavata dallo sventramento dell’antico quartiere di S. Berillo: anche
questa ricerca è vana, in quanto un grande edificio ha interrotto
l’operazione urbanistica a metà con un altro grande
diaframma.
Nascondere, però, ha un significato bivalente: gli altri
non possono vedere ciò che sta dentro, ma anche chi sta dentro non vede,
e al limite tenta solo di intravedere ciò che sta fuori. Questo del
vedere è un tema molto sentito dal catanese, il quale può
riferirsi al precedente mitico della vicenda di Ulisse che accecò
Polifemo impedendogli appunto di vedere con l’unico occhio.
Ancora
oggi, forse rammentando un’altra leggenda che vuole colui che dica
menzogne accecato, il catanese giura dicendo "privo da vista di
l’occhi": cioè che non possa vedere se non dice la
verità.
Come conciliarsi con questa città caotica?
Paradossalmente, si potrebbe cominciare da una granita, sorbita la quale si
può cominciare ad assaporare il piacere della visita di una città
che nasconde, in effetti, la sua vera e affascinante natura.
Catania però
è anche il contrasto fra la sontuosità barocca di piazza del Duomo
e il vociare dei mercanti della vicina Pescheria, carica degli odori e dei
richiami che invitano all’acquisto, degna dei maggiori souk arabi; ed
è pure una delle mille tentazioni culinarie della sua tradizione: una
granita di mandorla o di caffè con panna, un arancino - al maschile
perché nel resto della Sicilia è femminile- un dissetante
"seltz, limone e sale", i biscotti a forma di osso il giorno dei
defunti, le crispelle di riso ricoperte di miele per S.Giuseppe, le paste di
mandorla, i crispeddi con le acciughe o con la ricotta, la pasta con melanzane e
ricotta salata detta «alla Norma" in omaggio al catanese Vincenzo
Bellini, il sangele (budello di vitello con sanguinaccio cotto), i
panzerotti ripieni di cioccolato e le olivette dolci dette di
S.Agata...